martedì 28 dicembre 2010

Una Compilazio gonfia di furore e oscenità

L’ispirazione per questa quarta puntata di Radio Carlonia ce la fornisce l’uscita del libro “We never Learn” (The Gunk Punk undergut, 1988-2001) ad opera del cantante dei New Bomb Turks, Eric Davidson. Il tomo, ancora inedito in Italia,  vuole essere una panoramica - non esaustiva - di quel (non) movimento che snobbando il revisionismo troppo disciplinato anni ottanta (Fuzztones in primis) e dribblando le pepite di Jac Holzman, riscopriva il garage più selvaggio e primordiale, eleggendo a proprio “necronomicon” sonoro le raccolte “back from the grave” , i dischi dei Cramps e l’opera omnia dei Troogs
Di questi ultimi, recuperiamo la cover del pezzo proto punk per eccellenza: la Louie Louie di Richard Barry, già opportunamente stuprata tre anni prima dai Kingsmen. Le Chitarre recitano, stolide e tronfie di distorsioni, tre accordi, la batteria imposta il ritmo inesorabile di una schiacciasassi con il freno a mano tirato e il tutto viene surriscaldato a temperature di inferno da un basso in odor di fuzz. Le liriche di Reg Presley sono appena più intelligibili di quella dei cuginetti di oltre oceano, ma non abbiamo neanche per un attimo il dubbio di cosa promettano realmente i cavernicoli alla dolce Luisa.
Gli Outsiders (nomen omen) riprendono il classico di Eddie Cochran, Summertime Blues. Più di essere preoccupati di non avere i soldi per portare a spasso la proprio fidanzata nelle calde notti estive, questo misconosciuto combo è interessato soprattutto a far ballare le ragazze convenute ai loro show: dai gridolini soddisfatti delle presenti, possiamo dire che il compito è riuscito. Spostiamoci di vent’anni- è il 1980 esatto- in uno studio di Memphis, preso in affitto da Alex Chilton
Lux Interior , Frankenstein assemblato con pezzi di Vincent Price ed Elvis, recita , intossicato dai fumi di qualche palude di cartapesta di proprietà della Hammer, un’ode catodica alle sua musa di sempre, quella Poison Ivi Rorschach, che gli resterà accanto fino a quel maledetto 4 febbraio 2009. Ce li immaginiamo i due che, in uno scenario da EC comics, si accaniscono con spranghe di ferro su qualche malcapitato, guidati dal drumming scarno e illuminato di Nick Knocx, maestro nel far sparire i corpi delle vittime, non prima che siano stati maciullati dai bisturi sonici di Bryan Gregory, faccia sfigurata di chi ha appena fatto il culo ad Iggy e che non vede l’ora di trovare un pretesto per prendersela con voi.
E’ nel ventre dei Pussy Galore che il futuro Heavy Trash ha perso la propria verginità artistica. Serissimi conoscitori del rochenroll dei padri, Jon Spencer e soci capiscono che l’unico modo per preservare la materia è trasformarla in qualcosa di nuovo, soffermandosi sugli elementi che la compongono per dilatarli, selezionarli, frullarli e vomitarli sottoforme di schegge impazzite ed imperiture. Dial M for MotherFucker non è altro che la descrizione puntuale e minuziosa di questo processo. Con quelle ritmiche quasi industrial, con le sei corde che macinano  giri alieni e con quelle urle belluine, brani come SM 57, Waxhead e Solo=Sex sono le frattaglie e le budella del Garage sparse ai quattro venti dal fucile a pompa del nero in abiti seventies della copertina. Ma la band non ha come obiettivo quello di distruggere o schernire il genere, quanto quello di mutarlo per consegnarla ai posteri. E Dick Johnson, nel rispettare tanto inaspettatamente quanto pedissequamente (nonostante in sottofondo si scorgano più dell’eco e dell’ombra del crollo dei nuovi edifici che cadono) tutti i canoni della garage songs, è li a dimostrarcelo.
Si riprende fiato con il gattino psicotico dei Demolition Doll Rods, una fever 2.0, diffusa dal gorgheggiare delle Gibson, gli strilli da schizzo strizzata in vertiginosi bikini di Margaret Doll Rod e dal rulleggiare meditabondo di the Thump.
Che il Punk non abbia mai brillato di finezza ce lo ricordano i the mummies, con l’esplicita your ass is next in line. D’altronde la furia chi è destinato di stare alla larga da una qualsiasi forma di successo non offre spazio alle buone maniere. Lo sanno i Black Lips, che malgrado il titolo fricchettone dell’album da cui questa no town blues o le prime battute da Summer of Love dell’organo, non hanno intenzione di andare al tappeto, dicendo “grazie” o “buonasera”. Sono i topi che affondano la nave della decenza, strappando con le unghie e con i denti le assi dello scafo, e pestando divertiti sugli strumenti mentre il livello dell’acqua sale e sale. E giù nella stiva, rinchiusi per la loro naturale sozzura o per aver detto una volta di troppo la verità sul commesso del negozio di strumenti, Gli Oblivians battono rabbiosi sulle pareti, gonfi di rancoroso livore per essere stati privati del burro per il proprio pane.
Les Sexareenos preferiscono invece distruggere la stanza del capitano dando fondo a tutte le loro risorse di MDMA. Bisogna sempre andarsene con stile e se ci si deve immergere nell’abisso, meglio farlo dimenando i fianchi, rievocando le dure battaglie sui i soffici letti.
Ultimo giro di boa affidato ai White Stripes di Icky Thump, calderone in cui confluiscono echi sabbattiani, riff seventies, accordi blues e cornamuse. E Meg? Meg suona il solito thump thamp thump. Ma nessuno lo ha mai fatto così bene negli ultimi dieci anni…

Charlie “Aguirre” Scarpino

[Compilatio non più disponibile :-(]

Traccia (Gruppo; Album)


01.Louie Louie  (Troggs; From Nowhere)
02.Summer time blues  (Outsiders; Back form the grave)
03.TV Set  (Cramps; Songs That Lord taught us)
04.Dick Johnson  (Pussy Galore; Dial M for Motherfucker)
05.Psycho Kitty  (Demolition Doll Rods; Tasty)
06.Your Ass is next in line  (The mummies; Never been caught)
07.No town Blues  (Black Lips; We didn't know the forest spirit made the flowers grow)
08.No Butter for my bread  (Oblivians; Simphaty Session)
09.Hey Now! Hey Now!  (Les Sexareenos; Live! in The bed)
10.Icky Thump  (White Stripes; Icky Thump)

domenica 12 dicembre 2010

Press Eject and give me the compilazio

L’immagine allegra della copertina di questa terza uscita di radiocarlonia[1] ben si accorda con il mood del lato A della vostra busta sorpresa musicale preferita. Apertura affidata alla title track del disco 2010 numero 2 per il sottoscritto[2]. Tasti di pianoforte colpiti con l’entusiasmo di un malato terminale con le dita che pesano un quintale l’una ed un verso iniziale “Vorrei veramente cambiare il mondo, ma non riesco neanche a cambiarmi le mutande” capace di stendere persino il Foreman prima della conversione religiosa. Non è che nel ritornello le cose vadano meglio, ma almeno subentra un arrangiamento da Hunky Dory sotto dosi massicce di Escitalopram, in grado di rendere esaltante il tuffo nell’orrido dell’anima lacerata dalle cattiverie vomitate addosso alla poco probabile futura regina di Danimarca. Si continua con l’elegante cabaret mitteleuropeo di Neil Hannon, protagonista lo scorso 8 dicembre di un bel concerto in quel del circolo degli artisti, accompagnato, in guisa minimalista, solo dalla pianoforte o dalla chitarra acustica. Solitamente ironico e frizzante come un John Cleese privo di cattiveria, l’irlandese presta qui il suo pop orchestrale al ritratto toccante della fanciulla perfetta, amante dei pub e dei 45 giri. Ma il finale sarà amaro, da “ragazza del bagno pubblico”, solo che qui il bagno è privato…Nulla rispetto alla sorte che aspetta il protagonista – criminale condannato a morte- della murder ballad perfetta “The Big Sleep”: il re inchiostro a braccetto con l’uomo in nero, per un pezzo che sembra  prodotto dalla 4 AD. Si continua con le atmosfere soffocate e teatrali dei Dead Science con “Throne of Blood (the Jump Off)” l’arpa all’inizio viene cacciata malamente dal nervoso incedere di violoncello di Jherek Bischoff, mentre con fare viscido e sinuoso come efebo Patrick Bateman, Sam Mickens recita i suoi versi oscuri su samurai e mutanti di casi marvel. Inevitabile riprendere fiato con gli Smiths, maestri nell’affrontare il cane nero di Churchill con ironia e garbo. Fare scorrere in loop i riff scoppiettanti di Johnny Marr per credere. Poi entra in scena il Moz e il resto è storia. Si rimane in Inghilterra nell’impietoso ritratto della piccola borghesia di “Two sisters”,  con le rapide note di clavicembalo che accompagnano le voci dei fratelli Davies, al riguardo dei quali, tra la sorella che sa la gode e quella “incastrata” dagli obblighi familiari non abbiamo dubbi a chi vadano le preferenze di Dave e Ray, specie nel refrain dove la vena più rochenroll dei kinks emerge con tutta la sua verve, con quella batteria metronomica che ricalca l’infrangersi dei piatti per l’ultimo slancio di libertà. Cambio di facciata, cambio di umore con la guascona “Serious” di Richard Hawley, già turnista di lusso per Pulp, Nancy Sinatra e (vabbè) Robbie Williams. Nel 2007 il nostro, mai così influenzato dall’amico Jarvis Cocker, riduce la melassa del precedente “Coles Corner”, aggiunge dosi di brio e malizia e un sacco di strumenti per il suo capolavoro “Lady’s Bridge”, rappresentato qui dala frizzante “Serious“, da fischiettare mentre tornate a casa, in queste maledettamente fredde notti di dicembre, dal vostro clubbino di gentlemen, ruotando il bastone da passeggio, carichi di brandy e con il tasca il fazzoletto della vostra ultima conquista. E se con la pollastra vi va peggio che all’amico del “mutual friend”, non disperate, basta un trapianto di cuore e la ruota ricomincia a girare. Il dott.Stephen Merrit vi spiega come, tirando fuori la ricetta da “69 love songs”: Pochi accordi, un tamburello qua, un ukulele là e un timbro da crooner gaio per saltare come nuovi, magari sul giro saturo, gonfio e tremendamente catchy di "Theme de YoYo". Apparentemente innocuo giocattolo, lo YoYo può trasformarsi in micidiale arma di sterminio in mani opportunamente abili. Ben lo sanno personaggi del calibro di Paul, Gan-Chan e i membri della a cinematic orchestra, che qui gli dedicano un pezzo del loro lavoro “A man with a movie camera” . E se neanche l’irruzione prepotente dei fiati vi convince a muovervi, se proprio non  riuscite a scuotervi la malinconia invernale, non rimane che, arrotolarsi nella più calda coperta di lana, recuperare gli acquerelli intinti di delay di Vini Reilly e dare forma ad un abbozzo di estate nel sonno più composto e sereno.


Charlie "Aguirre" Scarpino



[Compilatio non più disponibile :-(]
Traccia (Gruppo; Album)

01.Queen of Denmark (John Grant; Queen of Denmakr) 
02.Our mutual friend (The Divine Comedy; Absent Friends) 
03.The big sleep (Murder by death; In bocca al lupo) 
04.Throne of blood (the jump off) (The dead science; Villainaire) 
05.Girl Afraid (Smiths; Hatful of hollow) 
06.Two sisters (Kinks; Something else by the kinks) 
07.Serious (Richard Hawley; Lady's Bridge) 
08.I Think I need a new heart (Magnetic Fields; 69 Love Songs) 
09.Theme de yoyo (The Cinematic Orchestra; Man with a movie camera) 
10.Sketch for summer (The Durutti Column; The Return of the Durutti column)  


[1] Ad opera del sempre valido Dave McKean
[2] Per sapere quale sia il primo andate a recuperare l’imprescindibile articolo precedente, Schnell!

domenica 5 dicembre 2010

Iniziate la compilazio come un gioioso atto di suicidio

Non ci sono dubbi che milioni di anni dopo che il sole avrà smesso di bruciare, una vibrazione della civiltà umana continuerà ad oscillare in perpetuo movimento, sottoforma di spettro elettrico in giubbotto di pelle e teschio fiammante, costretto in eterno in una danza epilettica in quello che i nostri sensi interpretano come un cimitero di auto e lamiere. Un ritmo idiota come il ghigno stampato sul volto del fantasma, bordate di tastiere che replicano il suono dell’apertura dei cancelli di un’acciaieria, sciorinare di versi con la convinzione di un bonzo rinchiuso in una cella imbottita. Prendendo spunto da un fumetto  mica tanto di serie bis della Marvel (ci lavorano artisti del calibro di Thomas, Wolfman e persino un giovane Byrne), i Suicide, Alan Vega e Martin Rev, nel 1977 aprono il loro omonimo debutto, consegnando alla storia una dei più gioiosi manifesti apocalittici dai tempi di San Giovanni.
E con un immaginario da fine del mondo, meglio se condito da visioni industriali, clangori metallici e plumbee violenze, amano sporcarsi le mani i Cop Shot Cop. E' bene chiedersi più tardi del perché nella mai così vera “Everybody Loves you (When you’re dead)”, si travestano da crooners da frequenza media, inizino un finto rock per teenager bagnate, salvo poi crollare nel ritornello ubriaco e molesto. Forse l’unica canzone vera e propria di un album esiziale a partire dalla copertina, con il bambino capellone, sporco di fango, con una mazza in mano e un urlo animalesco rivolto all’incauto acquirente. Immagine che ben si concilia con la successiva “Little Children”, traccia dove il compositore Axelrod, classe 1936, coniuga voci bianche, sinfonie orchestrali, ritmi pigri e leziosi con il rappato di Ras Kaas. Su carta suona ridicolo, su disco, non si sa perché funziona. Eccome se funziona.
Fa un freddo cane qui a Roma, inevitabile proseguire quindi con “Impressions of an African Winter” dei Clock DVA: atmosfera congelata in attesa del vuoto tagliante delle chitarre, lo scorrere lento e dinoccolato del sassofono che si arrampica sul colpi di batteria ora placidi ora incalzanti, le liriche di chi ne ha le palle piene del termometro (esistenziale) perennemente sotto lo zero. Manca solo che nevichi è la desolazione è completa
La neve ce la mettono appunti i fratelli chimici, in quello che è in lizza, con “the Queen of Denmark” (stay tuned per la prossima compilazio) di John Grant, come miglior album 2010 di Radio Carlonia (“Further”). Bassi cresciuti ad ormoni ad attentare la virtù di Stephanie Dosen, sorta di versione americana e zozzetta di Elizabeth Fraser.Che non sembra dispiacerle per niente, mentre recita uno dei testi più cretini di tutti i tempi. Poco male perché il pezzo celebra il matrimonio psichedelico tra i cluster del tempo dello zucchero con lo shoegaze, sotto l’egida della grande E e di Wanna Marchi.
E visto il clima glaciale, non  rimane che scaldarci sulle note di “Tank!” Dalla colonna sonora di Cowboy Bebop. Quintessenza della Coolness, Jazz da cartone animato- anime, pardon- ideale tanto per la vostra rassegna casalinga di spaghetti-Spy-movie quanto per mettere a tacere il vostro arcinemico degli aperitivi, che vi subissa a colpi di Burial e ninja tune, pontificando sul fatto che il nu jazz debba esser per forza triste e depresso.
E se ancora rompe, giocate sporco, spezzandoli una sedia sulla schiena accompagnati dalle melodie sixties di Jan & Dean che – mi dicono- fanno impazzire le donnine, così cariche di arrangiamenti, sitar incluso, a nascondere una malinconia da fine estate. Alla fine della stagione, aggiungete un incidente che nel 1966 privò Jan di alcune delle sue funzioni psico-fisiche ed un ossessione al dettaglio che faranno si che “Carnival of Sounds” di fatto non vedrà mai la luce, se non nel 2010, in guisa di Frankenstein assemblato dal produttore Andrew Sandoval[1] per quelli della Rhino.
Inevitabile dopo il caviale del Carnevale di suoni, farsi una bella bistecca di Maiale, grassa ed unta. In “Power to the People”, cover dei Music Machine e non dell’inutile John Lennon[2], gli spagnoli “Tokyo Sex Destruction” ricalcano in maniera calligrafica il brano originale, mettendoci una buona dose di propellente acido ed anfetaminico.
E a proposito di drogucce, si plana sul finale con una “Cary Gran’t Wedding”, dove Mark E. Smith perde tempo a capire dove si trova, salvo realizzare di essere rimasto indietro e mettersi a rincorrere i compagni nel chorus, per finire, visto il fisico gracilino, spompato e disorientato al matrimonio di uno dei protagonisti di “54”.
Da Buster Keaton a Jake Burns, ci sono tutti, manca solo la straziata Francis Farmer cui dedichiamo una “we are the niggers of the world” di un altro, Anton Newcombe, che rischia di veder annichilito l’enorme talento dai propri demoni interiori.

Charlie “Aguirre” Scarpino

[COMPILATIO NON PIU' DISPONIBILE :-( ]


Traccia (Gruppo; Album)

01.Ghost Rider (Suicide; Suicide)
02.Everybody loves you when you're dead (Cop Shoot Cop; Ask Question Later)
03.The little children (David Axelrod; David Axelrod)
04.Impressions of an African Winter (Clock DVA; Thirst)
05.Snow (The Chemical Brothers; Further)
06.Tank! (Yoko Kanno; Cowboy Bebop OST)
07.Carnival of Sound (It's Jo & Danny; Carnival Of Sound)
08.Power to the People (Tokyo Sex Destruction; The Singles)
09.Cary Grant's Wedding (The Fall; Totally Wired)
10.We are the niggers of the world (The Brian Jonestown Massacre; My Bloody Underground.)
 


[1] Si rimanda ad un bell’articolo uscito su onda rock (http://www.ondarock.it/speciali/jananddean_carnival.htm)
[2] Chapman out of jail

venerdì 26 novembre 2010

Radio Carlonia, I Presume


Riavvolgimento indietro della cassetta  
Grigio autunno londinese del 1979. Oxford street. 100 Club.
Coprire un buco dello show diventa l’occasione per la gracile Susan di conquistarsi un posto sotto i riflettori. Poco importa che lei ed il suo gruppo sappiano a malapena accendere gli amplificatori. Figuriamoci suonare. Venti minuti di devastante improvvisazione sul testo di pater nostrum, con un drumming sgangherato ad opera di un ragazzetto sciupato, che da lì a poco sarà destinato a diventare l’icona sacrificale del movimento iconoclasta per eccellenza. Quella sera il Gotha britannico del punk – Buzzcock, Damned, Clash e Sex Pistol - da il benvenuto alla non ancora reginetta gotica Siouxsie, ai suoi Banshees e al post punk tutto.
Avanti veloce di oltre trent’anni. Il 100 Club annuncia la chiusura dei battenti. Jeff Horton, il proprietario, non riesce a coprire i costi dell’affitto. Dall’altro lato dell’oceano, un altro pezzo di storia musicale, il CBGB, teatro d’esordio, tra gli altri, di Ramones, Blondie e Television, non esiste più da qualche tempo.
0090: Maureen Tucker, che i più frivoli di voi ricordano come la bruttina che metteva in risalto la bellezza di Nico Icon in quelle vecchie foto in bianco e nero, e che quelli degni di vivere riconoscono come la fanciulla che in piedi, malgrado le corte braccia, tiene banco alle bordate soniche di reed, morrison e cale, con ritmi semplici, potenti e precisi, ha candidamente affermato di essere un’attiva sostenitrice del Tea Party.
Lato D: Con tempismo perfetto, all’uscita in italia il libro “American Indie” di Azerrad, i Sonic Youth firmano per una major. Con tanti saluti a Steve Albini, il DIY e tutto il resto.
Se avete l’impressione che qualcuno abbia inciso sulla vostra C-86 personale il greatest hits di Marco Meningite, se siete mai rimasti bloccati sulla tangenziale a causa di un concerto di papa Bono, se la vostra selezione musicale in macchina ha causato l'ennesimo fallimento di un appuntamento galante ancor prima che iniziasse o se semplicemente non vi interessa nulla di quanto scritto sopra, ma state continuando a leggere perché è comunque sempre meglio di scoppiare in lacrime al banco surgelati del supermercato, annichiliti dalla potenza di un’offerta 3X2 sul pesce spada:
 Radio Carlonia, I Presume.
Compilazioni di pornografia sonora redatte con il gusto di mettere accanto Nick Drake ed Electric Wizard, Clock DVA e !!!, Death in June e Speed Market Avenue, con l’orecchio a Tzara, L’indice tra le pagine di Mix tape, l’occhio ad Aristide Massaccesi.
Fonti di ispirazioni di una trentina di minuti per guidarvi incolumi nelle giungle d’asfalto psicotonico ricreate nelle ore di insonnia dal sovraccarico di stimoli nervosi.
Blitzkrieg di rumore bianco, ost ideale capace di adattarsi al susseguirsi subitaneo di clamorosi fallimenti e trionfanti successi.
E se proprio non vi piace, pensate almeno che a differenza della plastica che avrete sprecato per le vostre raccolte, che ancora appesta l’aria, insudicia la terra e avvelena l’acqua, questa successione di 0 ed di 1 è assolutamente riciclabile.
Radio Carlonia: avvio trasmissioni.

Charlie "Aguirre" Scarpino





[COMPILAZIO NON PIU' DISPONIBILE :-( ]



Traccia (Gruppo; Album)
  1. Swastika eyes (Primal Scream; Xtrmntr)
  2. Dear Prudence (Siouxsie & The Banshees; Hyaena)
  3. Believe me (Sol Invictus; In the rain)
  4. Nina (The Muffs; Blonder and Blonder)
  5. Teen Creeps (No age; Nouns)
  6. The Boy with the perpetual nervousness (The Feelies; Crazy Rhytms)
  7. Shine on Sweet Jesus - Jesus Song.5 (The Flaming Lips; In a priest driven Ambulance)
  8. You Don't Own me (Joan Jett; Bad Reputation)
  9. Priesteen (Julian Cope; Peggy's Suicide)
  10. Some Candy Talking (Jesus & Mary Chain; Psychocandy)