mercoledì 24 agosto 2011

Contro la prepotenza del cocomero


Nei lontani e ridenti anni universitari, quando la musica principalmente significava per me Punk e New Wave, bisognava sorbirsi i sorrisetti di scherno e superbia dell'indieboy (di indiegirl sempre troppo poche...) di turno, che puntualmente tirava fuori un misterioso (per il sottoscritto) trio norvegese, il cui talento assoluto, l'induscutibile tecnica e la capacità di anticipare i tempi erano – a suo dire - la pietra di paragone per giudicare la qualità di un gruppo.
Considerando la mia istintiva repulsione per il prog, i gruppi troppo prolifici e l'inquietante ritratto che campeggia sulla copertina di let them eat cake, tale e quale al bastardo che anni dopo mi darà una pista in piscina, me ne ero sempre tenuto alla larga. Questo fino a quando in una trasferta nerdica, un mio amico mette su black hole/black canvas. Che non sarà considerato un capolavoro dai pitchforkiani più incalliti e che magari non anticipa un tubo nel suo incedere classicamente psichedelico e seventies, ma azzecca una canzone più bella dell'altra nell'arco di due dischi. Prendiamo questa no evil, pezzo di apertura: un riff che farebbe la gioia di Lester Bangs quando si becca al volante le sferzate dell'autoradio, una batteria pestona, un basso smargiasso e martellante, chorus sostenuto di tutti e tre i MotorPsycho. Che volete di più? Un bell'assolo acido acido? Tié, qua ce ne sono almeno due.

E a proposito di rimangiarsi il cappello, capitano a fagiuolo i Fucked Up di David Comes to Life. I presupposti per scadere nel ridicolo ce ne erano tutti. una stimata banda hardcore, fa uscire nel 2011:
  • Un concept album ispirato a un pezzo presente su un precedente lavoro, dando vita al primo esempio di continuity senza uomini in calzamaglia. Oltrettutto la vicenda raccontata è alquanto criptica, specie per la parsimonia con cui lesinano, nei testi, la punteggiatura
  • Tema portante del concept è l'amore, per gli altri e per se stessi (Love Story Meets the 36th Chamber)
  • La copertina rimarca quanto sopra, con due lampadine che incrociano le basi per formare un cuore.
  • Il disco è doppio e il minutaggio di qualche brano supera i quattro minuti, in un genere dove già 90 secondi sono troppi

Metto su il cd, già con le mani sulla pancia e sulla testa per le risate, quando attacca “Regina di cuori” (e tutti voi-maledetti- in coro “mi mandiuwwww diaaaaaaaaaaaaa fuoraaaaaaaaaaaaa”) e mi ritrovo a fare stage diving dal divano per la gioa del vicino del piano di sotto, sputando i ritornelli sul telecomando infilato in gola a mo di microfono. Alle ritmiche sparate a tremila, si innestano soluzioni shoegazerecce e deerhoofianee quando ad una certa compaiono financo delle voci angeliche. Ibridare un genere così rigidamente codificato come l'HC è sempre un rischio, potendo facilmente scadere nella pacchianeria più becera. I Fucked Up, coniungando eleganza e potenza maschia fanno uscire uno dei migliori album della categoria dell'ultimo lustro.
Dopo la sudata di cui sopra, si riprende il fiato con una birretta scolata nell'ora più felice del giorno in compagnia degli Housemartins, Smiths di buon umore alle prese con il Northern Soul, e della lora Happy Hour, in tutto il suo mood gagliardo e frizzantino.
Primo combo italiano ad apparire nella playlist più amata dal web. Partono da Sassuolo per approdare su RadioCarlonia, i Julie's Haircut e di strada ne hanno fatto parecchia da quando mandavano a memoria i dischi dei Pavement. L'ultimo “Our Secret Ceremony” è stato una sorpresa, nel suo abbracciare sonorità Kraut. Aperta da un delicato arpeggio, la possessione demoniaca della modella più chiaccherata ed anoressica dai tempi di Twiggy, parte con un nerboruto e metronomico blitzkrieg su cui le chitarre svolazzano gioiosamente come un Donald Cammell sull'altalena, mentre un filo di voce striscia languido ed esiziale.
Sovente chi parla male degli anni ottanta, ha una conoscenza vaga e superficiale di quell'aureo periodo culturale. Prendiamo Alan Moore, ad esempio. Oggi si barcamena tra spoken works che non tocco neanche con le pinze, romanzi sinceramente noiosetti e fumetti che non sono nemmeno l'ombra dei capolavori scritti nei decenni precedenti. E David J? Tira avanti tra reunion, dischi e progetti un po' così. Ma nei mai troppo osannati eighties le cose erano diverse: il primo sulle pagine della rivista Warrior dava vita ad opere imperiture come Marvelman e soprattutto V For Vendetta (dimenticate il film). Il secondo scriveva tosto singoli come Bela Lugosi's Dead tra una comparsata su un set cinematografico e una capatina al Bat Cave. Quando i due uniscono le forze, accade l'ep The March of Sinister Ducks. La cui title-track deve servire da monito a tutte le fronde animalisti nervosetti che si scagliano contro la ghiotteneria del Foie gras. A quale difesa ha diritto il pennuto di innaturale e diabolica bianchezza, che fuma sigari, legge pornografia e viscido si insidia nei letti delle nostre compagne? Questo sbraita con voce cavernosa Sir Moore, mentre il signor J orchestra un sinistro cabaret e dirige un coro di anatre e Kevin O'Neill confenziona il sobrio e maligno artwork.
I Tortoise sono stati stati post quando ancora eravamo nel lontano pre. Dispiace quindi vederli alle prese con un'opera debole come Beacons of Ancestorship, dove si ha l'impressione di ascoltare amici che si ritrovano per caso in studio dopo lungo tempo e che si mettono a suonare qualcosa, fermandosi dopo due e tre note, per scambiarsi sorrisi imbarazzati e lanciare occhiate furtive all'orologio, non vedendo l'ora di andarsene per i fatti propri il prima possibile. Capita però una reminiscenza dell'antico talento, nel brano leonianamente chiamato Prepare Your Coffin. Più che in Almeria qui siamo dalle parti di una Courmayeur immortalata dalla fotografia di un telefilm dei settanta trasmesso su una rete locale, mentre i vip dell'epoca, eleganti divinità mondane e non i beceri cafoni di oggi, si alternano sorpresi di fronte alle telecamere. Sul finale si va a pranzo tutti insieme, scendendo una pista che arriva dritta dritta al ristorante dall'altra parte dell'universo.
Il deserto è da sempre luogo di ispirazione, dai Thin White Rope ai QOTSA, passando per i Mercury Rev. Sovente scatena le pulsioni più oscure,
crepuscolari e distruttive. Nei Giant Sand, deserto significa soprattutto libertà infinita e capacità di ergersi al di sopra del malessere quotidiano. Così nell'intimista Shiver, con Coventino che accarezza le pelli e Howe Gelb, che strimpellando di treni lontani e di cose che risplendono nell'acqua, dispensa notturna e polverosa tranquillità.
Ci aveva convinto Yann Tiersen l'anno scorso a Villa Ada con una performance antipomiciona in aperto contrasto con i fan di Amelie Fascist. E non ha deluso quest'anno, presentando il riuscito Dust Lane di cui è tratta questa Ashes.L'incipit malinconico e meditabonado esplode in tutta la grandeur francese, mentre la bastiglia cade un attimo prima che incominci a cantare sulle rovine fumanti del bastione dell'ultimo degli oppressori.
Sul palco del parco Romano, il compositore dall'esagono è stato introdotto dalle note di HalloGallo e si è presentato alla ribalta con la classica maglietta bianca con la scritta rosa fluorescente dei Neu! Offrendoci così l'occasione per parlare di Neu'86 o Neu 4, ufficialmente stampato solo l'anno scorso, dopo aver circolato per più di vent'anni come bootleg. Dinger e Rother si incontrano in sala dopo un decennio da quel meraviglioso '75, e la realtà deve apparir loro sconfortante. Il post-punk, che tanto deve al duo di Dusseldorf, è agli sgoccioli e la musica ggiovane, in mano a gente come pupa George (copiright@Governator) e cotonata combriccola, è ridotta a cianfrusaglia sintetica e plasticosa. I Neu! prendono questa materia vile e mainstream e la trasformano, applicando tutta la loro alchemia, nell'arte nobile di Wave Mother, waltzerino stellare che rimane uno dei migliori omaggi di sempre ai colleghi/rivali della centrale elettrica. Ah e comunque quel riffettino semplice semplice che si arrampica intorno al minuto 2.58' costituisce la prova che le chitarre, anche nei momenti più bui, non scompariranno mai.
Mentre su disco i Mogwai si limitano ormai a fare il loro mestiere, producendo opere mai meno che dignitose, ma che ultimamente latitano di soprese, in concerto continuano ad essere efficaci ed indistruttibili. Eppure, delle diverse volte che gli ho visti dal vivo, mai-MAI!- hanno eseguito in mia nobile presenza Glasgow MegaSnake, nonostante le urla belluine che hanno messo a dura prova le mie coronarie e malgrado l'abbiano collocato a chiusura del loro granitico live Special moves, a dimostrazione dell'indubbia efficacia del brano in questione di dire goodbye-seeyou. E per ripicca quindi che la infilo prima dei titoli di coda. I Gore folgorati dalla melodia a spasso per una creazione di Frank Lloyd Wright armati di martello, mentre Gamera sfascia le finestre a pallonate.
Goodbye-seeyou.

Charlie “Aguirre” Scarpino


Compilatio_9 Disponibile qui: scarica compilatio

Traccia (Gruppo; Album)

01.No Evil (Motorpsycho;Black hole_Black Canvas).mp3
02.Queen Of Hearts(Fucked Up; David comes to life).mp3
03.Happy Hour(The Housemartins; London0 Hull 4).m4a
04.The Devil in Kate Moss (Julie's haircut; Our secret ceremony).mp3
05.March of the Sinister Ducks (Sinister Ducks; The March of the sinister ducks) .mp3
06.Prepare Your Coffin (Tortoise; Beacons of Ancestorship).mp3
07.Till The End (Yann Tiersen; Dust Lane).mp3
08.Shiver (Giant Sands; chore of enchantment).mp3
09.Wave Mother(Neu; Neu 86).mp3
10.Glasgow Mega-Snake(Mogwai;Mr Beast).mp3

domenica 12 giugno 2011

Any Dear June


Colonna sonora perfetta per le infami imprese di Big Albert e della sua gang di sciagiurati, la musica di Hugo Race, altro transfuga dalla corte del re inchiostro. Meno raffinato di Barry Adamson, l'australiano condivide con l'ex bassista dei Magazine una passione morbosa per le storie oscure. E se il primo preferisce lavorare di fino con stiletto e rasoio, il secondo ci da allegramente giù di mannaia e martello. Come in questa Makes Me Mean, fumosa ballad da locale di quart'ordine da qualche parte giù al porto, mentre si trangugiano rabbia e bourboun.
Storie per non dormire, ma tanto gente che si da il nome di battaglia di Prugne Elettriche, il sonno non ce lo ha mai avuto. Lo testimonia la celeberrima I had too much to dream, chicchetta gemmata per antonomasia. Jim Lowe canta disteso a pancia in su sul letto, le mani afferranno i bordi in una morsa convulsa, mentre il sudore scivola copioso. Non sono fatte di carne di fanciulla le fugaci visioni che scacciano morfeo, il “pezzo strano” (così la definiscono gli stessi Electric Prunes) è un viaggio sintetico dal quale non si vuole/non si può uscire, e' Wah Wah fatto liquido ed inghiottito con foga dettata dall'inedia di chi non batte chiodo.
La sveglia la danno a calci i Fugazi con Facet Squared. Il riff iniziale dura una battuta meno del dovuto, la batteria parte a cannone per recuperare, ma annichilita dallo scrosciare di accordi e dall'impetuoso declamare di Ian MacKye, decide di starsene buona buona fino al violento vomitare del chourus, mix melmoso di ironia e di disprezzo.
Nella finita-ma-in-continua espansione classifica degli sfigati di talento, ci rientrano benissimo i Sound, che pur meritando di essere ammessi nel gotha della new wave, al pari della Cura o della Divisione della Gioa, all'epoca se li filarono in pochi -oltre al solito John Peel - salvo poi venire scoperti postumi. Troppo tardi, considerando che Colvin “Max” Meyers (tastiere) è già caduto falciato dall'Aids e Adrian Borland (voce e chitarra) ha tentato di sfuggire a sé stesso per l'ultima volta, gettandosi sotto un treno. Missiles, tratta dall'esordio Jeopardy, inizia come plumbea attesa di una tragedia inevitabile, tamburellare di note basse come la pioggia che batte sulle mure del miglio verde, chitarre stoppate per non farsi scopire dalla cattiva sorte, drumming soffice e velato. Ma non serve a nulla, i missili cadranno copiosi, concedendo, generosi, la liberazione della fine, mentre si viene accolti dal deflagare di tastiere e da quella coda elettrica che fa il verso alle urla dei sopravvissuti.
Nel 2009 i Piano Magic fanno uscire un disco meravigliosamente fuori tempo massimo, Ovations, omaggio non troppo velato alla musica di casa 4AD e al post punk in generale. Recovery Position è il canto folle ed elegante al calore bianco di un portatore sano di un virus epidemico, che si muove errando tra un confine ed un altro, sospeso tra i ricordi del passato e l'attesa della gloria imperitura per aver infettato il mondo occidentale.
Piuttosto che vagare nel vecchio mondo, i Dead Meadow preferiscono ciondolare nel deserto, meglio di notte ed imbottiti di sostanze psicotrope, spingendo una vecchia Plymouth che viaggia con il freno a mano tirato di una psichedelia limpida e sorniona.
E chissà tra la sabbia e l'eternità non compaia all'improvviso una Pyramid of the Sun, I Neu scaraventati in un dance floor da nuovo milennio, progressione ritmica che salta sul crescendo delle 6 corde, rallentare stordito e immersione violenta nella profondita della mente a bordo di un sommergibile a propulsione nucleare guidato da un poco rassicurante Holger Czukay, che, mentre investe un neurone dopo l'altro, con in mano una biografia di Stockhausen, vi ripete -ebete- che l'incapacità è la grande madre della creatività. Post rock da ballare mentre si bruciano i pensieri alla velocità della luce.
Magari sul vertice della piramide vi capiterà ascoltare il vento che ascolta, quel suono che inizia come un clangore sconnesso, un giro di basso che sembra capitato lì per caso, ma che finisce per aggrapparsi tenacemente alla mente e alle budella, e sopratutto quegli archi finti che fanno l'eco all'angoscia di chi si ferma dopo una lunga corsa, e si guarda intorno solo per accorgersi di essere solo, finito in mezzo al nulla, mentre gli occhi cercano disperati le luci che rimangono e l'eco delle teste parlanti.
Più rassicuranti le atmosfere stroboscopiche che ci regala la splendida e rotonda venticinquenne Lykke li, con la sua voce maliziosa, sospesa a metà tra Lolita e Holly Golightly, mentre ci trascina sulle pista da ballo di una discoteca gestita da Murakami e dagli Human league con la sua Dance Dance Dance. E chi non muove il bacino, paga da bere.
E Se poi finisce male, bastano due accordi scarnificati, ripetuti con sguardo perso nel vuoto, mentre si snocciola il mantro del dopo sbornia di Monkey 23 che è al tempo resa incondiziata di fronte agli sguardi accusatori e strenua difesa di chi, anche di fronte all'evidenza, non ammette le proprie colpe.
Provate voi a comportarvi bene, riuscitevi voi a non offendere nessuno, con una scimmia sulle spalle...

Compilatio_8 Disponibile qui: http://www.mediafire.com/download.php?38h3j7x8mm862zy

Traccia (Gruppo; Album)

01 Makes me Mean (Hugo Race and the True Spirit; Live)
02 I Had Too Much To Dream last night (Electric Prunes; I had too much to dream last night)
03 Facet Squared (Fugazi;In on the kill taker)
04 Missiles (The Sound; Jeopardy)
05 Recovery Position (Piano Magic; Ovations)
06 Such Hawks Such Hounds (Dead Meadow; Feathers)
07 Pyramid of the Sun (Maserati; Pyramid of the Sun)
08 Listening Wind (Talking Heads; Remaing Lights)
09 Dance Dance Dance (Lykke Li; Youth Novels)
10 Monkey 23 (The Kills; Keep on your mean side)

domenica 3 aprile 2011

LEI E' IN RITARDO, RADIOCARLONIA!


Un accordo metallico ripetuto mesmericamente, mentre si è sul punto di scattare, verso il vuoto o la gola di qualcuno, con il coro timido della Parker che non fa altro che aumentare il disagio complessivo. Whitetail dei Low è la scarna fotografia dell'istante prima dell'azione - inevitabilmente tragica. Ma d'altronde è nel trauma che si trova l'ispirazione come ben sanno i Dead Can Dance, che al tempo del reame di un sole morente incidono uno dei loro massimi vertici creativi. Le campane suonano a festa -funebre ovviamente- i tamburi battono marziali gli ultimi istanti di vita della stella, e la Gerrard, sovvrapponendo su nastro più incisioni del suo stesso canto, libera quella meravigliosa batteria anti-aerea che è la sua voce, controllata furia ad esaltare quella musa chiamata distruzione.
Quando sul finale irrompono i fiati, dubbi non c'è sono. Sarà buio e freddo per molto tempo. Condizioni ideali su cui si muove Barry Adamson, già bassista di Magazine e Bad Seeds, personalità troppo irrequita e dirompente per accettare di stare all'ombra di Howard Devoto o Nick Cave. Liberatosi dall'ingombante presenza dei due padroni, Mr Adamson si costruisce il proprio mondo come colonna sonora di un film noir immaginario. Come lo farà? Si chiede con un brivido compiaciuto lo spettatore/ascoltatore, quando nella prima traccia la ragazza supplica inutilmente che non dirà niente a nessuno. Una cosa è certa, sarà lungo, violento e sadicamente divertente. Under Wraps suona come sottofondo ideale per la Gang dell'ascia, quando sulla scia di massacri e mattanze grandguignolesche, i membri si mettono a mimare i passi di un sogno lungo giorno. Il drumming impazzito da fumoso locale di gangsters che non si addormentano allo spettacolo di mezzanotte, il piano suonato da un Fritz the Cat sotto anfetamine, un basso nerboruto e robusto e un finale fatto di rumori (seghe circolari?), echi sinistri del terrore che serpeggiano lungo tutto il minutaggio di Moss Side Story.
In tema di Noir esistenziale, compare anche Angelo Badalamenti, spalla musicale del genio lynchano, qui ripreso con Don't Do Anything (I Wouldn't do) dalla colonna sonora di Fire Walk With me, sottostimato (e in Italia, orrendemente mutilato), prologo di Twin Peaks.I tasti bianco e neri sgocciolano sornioni note su cui scivola un drumming asciutto e preciso, mentre il contabasso, racconta, trionfo, barzellette sporche. Rilassatezza etilica e gonfia, segreti sordidi, celati da maschere di inecceppile moralità provinciale e briciole di torte di mele intorno corpo di Laura Palmer, infilato in fretta e furia in un sacco di plastica nero.
Misfatti incofessabili come quelli che Micheal Gira suggerisce alle orecchie di Jim, quando con affetto da alligatore, estende le sue braccia sulle spalle del poveretto, bisbigliando, attraverso colpi metronomici ed uno sferragliare di corde che tocca i nervi, parole che fanno esplodere il cervello.
Anno del signore 2004, i The Wedding Present sono considerati dai più una band di serie B, gradevoli nel mischiare tocchi pop alle plumbee atmosfere New Wave, ma non certo in grado di gareggiare con le teste di serie. Questo fino al settimo – Settimo! - album in cariera, quel Take Fountain che ha tutto il sapore di leonìana rivincita. Chitarre affilate come rasoi, il quattro-corde intriso di lezioni hookiane che non ha proprio di voglia di restarsente in disparte, riffs assassini e dulcis in fondo un tocco pe(n)sante alla morricone più western e polveroso. Once upon a time in Leeds. E se non ci credete sentite la chiusa di questa Interstate 5, la crisi più profonda del maschio occidentale dai tempi del giocattolo scozzese che stillava miele.
A rialzare l'asticella del testosterone, ci pensa quel lord di Johnny Garcia, spalleggiato da altri due elegantiae arbitri quali Josh Homme e Nick Olivieri. Green Machine è il pezzo da sparare a palla mentre alla velocità del suono, finestrino abbassato, braccio destro che sporge, braccio sinistro allungato rigidamente sul volante, mento poggiato sul petto e orbite schizzate fuori dalla testa, si guida dritti dritti a fare il culo a qualcuno.
Solo che a fare a botte sono stato sempre una mezza sega, a meno che non potessi contare sull'aiuto di Mark Lanegan - voce impastata da un milione di sigarette e forgiata dal calore di mille al quadrato cecchetti, per coprirmi le spalle, con la solenne promessa di ergersi sempre al mio fianco.
Ovvio che le ho sempre prese.
Il vigliacco, mentre mi gonfiavano come una zampogna, doveva essere tuuto preso ad incidere Stay, canzone perfetta tanto per essere invincibili nello scenario delle risse tra motociclisti di cuoio fasciati, quanto per sedurre Condoleeza Rice al Polo.
Torniamo a scenari più nerd friendly, con le melodie in punta di penna di Toro Y Moi, serio candidato ad essere uno degli artisti mejo hipster del 2011 di Radio Carlonia. Batteria che più smooth non si può, ruffiano giro di tastiere, un bridge alla sigla dell'anca flash (do you remember telemaremma?), ritornello da ballare allo sfinimento. Con il sorriso triste e cinico sulla faccia, che se no non vale.
Chi di clubbing se ne intende è Mick Collins: tanto appassionato di garage, punk, e soul, quanto di Techno. “Da ragazzo compravo per un mese solo dischi Punk, quello dopo solo dischi Techno”1. Passioni che convergono nel recente Party Store, 9 tracce che omaggiano la detroit anni '80, qui rappresentato dalla ruspante Jaguar, tutta l'urgenza del fine settimana consumata sul dance floor. E se vi domandano di tutto il resto, fate spallucce e replicate con un galaciale: “E allora?”


1Intervista a Rumore, Febbraio 2011
Traccia (Gruppo; Album)


01.Whitetail (Low; Things we lost in the fire)
02.Summoning of the Muse (Dead Can Dance; Within the Realm of a Dying Sun)
03.Under Wraps (Barry Adamson; Moss side story)
04.Don't Do Anything (I Wouldn't do) (Angelo Badalamenti; Fire Walk with me OST)
05.Jim (Swans; My father will guide me up a rope in the sky)
06.Interstate 5 (Extended version) (The Wedding Present; Take Fountain)
07.Green Machine (Kyuss; Blues for the red sun)
08.Stay (Mark Lanegan; Scaps at midgnight)
09.Elise (Toro Y Moi; Underneath the pine)
10.Jaguar (The Dirtbombs; Party Store)
 

 

giovedì 3 febbraio 2011

Faster, RadioCarlonia, Kill! Kill!


La necessità di andarsene via è soffocante, e si prova a farlo silenziosamente, sull’incedere di arpeggi matematici che si intersecano ad un drumming soffice e ad arabeschi di archi tinti di inchiostro, perché sarà pure il posto più bello sulla terra, ma, come sussurra Jeff Mueller con la più crudele dolcezza, “La tua ora è venuta/Il tuo giorno è finito”. Tuttavia, che si provi a fuggire da una relazione putrescente o dalla provincia più profonda, quel bridge alla Slint che dividono uno split con i Faith No More, presagisce plumbeo l’irrisolto tornare sui propri passi.  Rimane il dubbio di dove i June of ‘44 volessero andare. Magari in India, apertura col botto dell’esordio su lunga distanza degli Psychedelic Furs. Le ariose tastiere, pura essenza anni ottanta, vengono messe subito in disparte dal prepotente giro di basso, che fa scattare come una molla e trascina in una danza epilettica, mentre la voce di Richard Butler, la chitarre di John Ashton e il sassofono di Duncan Kilburn gettano colate corrosive sui nostri nervi. [New Wave + terra  di ispirazione per Kipling] = [associazione di idee inevitabile X coinvolgimento dei belgi The Names]. Stelle minori del post punk, devoti, spesso in maniera calligrafica, ai Cure e al Manchester sound degli eighties, vanno riscoperti almeno per questa scintillante Calcutta, ritmiche agili in mezzo al caos del traffico delle strade affollate di vecchi veicoli, di cenciosi mendicanti e di santoni predicanti, e una sei corde che echeggia come l’esplodere di mille cristalli, mentre il chorus, tronfio di Flanger e delay, anela, disperato e catchy al tempo stesso, alla pace dell’annegato.
Ed è sulla rive di un fiume di una grande città, Calcutta, Roma, Londra o Parigi, fate voi, che si consuma, ignorata dai passanti, sommersi nei propri pensieri, la Sad Love Story del duo brookoliniano Live Footage, il cui primo LP autoprodotto (Willow Be) solo per una tarda scoperta da parte mia non è finito dritto dritto nella top 5 del 2010. Trattengono a fatica le lacrime i due amanti, mentre, stretti nel loro cappotti neri, si allontanano dandosi le spalle. E più la distanza aumenta, più i fotogrammi dei momenti felici si consumano accartocciandosi, e, amplificati dallo scontro di batteria e violoncello - che si suonano l’una contro l’altro – rabbia e vuoto si fanno largo nei cuori straziati. Recuperateli. Subito.
L’indifferenza di chi scivola veloce, facendosi i fatti propri è destinata ad infrangersi nella Sister degli anarchici olandesi The Ex, quando l’involontario spettatore è bloccato ad un angolo della strada, mentre una manifestazione è brutalmente soffocata dalle forza del (dis)ordine. Quello che incomincia come una mera descrizione degli eventi si tramuta in una brutale presa di coscienza, sotto i colpi ordinatamente caotici e quadrati degli strumenti che rievocano il calare dei manganelli sui corpi dei caduti e montano e montano fino a soffocare la voce stordita di G.W. Sok.
Altro escluso di peso nella classifica di fine anno di RadioCarlonia, è il nuovo album del collettivo The Black Angels. Fortemente ispirati dalla psichedelica dei sixties, i texani sono i discepoli di un Bobby Beausoleil cresciuto alla Factory e imbottito di Mescalina. Nel terzo pregevole lavoro, qualche volte si fanno prendere bene i propri eccessi, aprendosi a soluzioni più distese e garage. Non è il caso di questa maligna River of Blood, da consumarsi durante un propiziatorio rituale di sangue per una proiezione massonica di una qualunque pellicola di Kenneth Anger.
Si rimane su sonorità psicotroniche con la lunghissima Coogan’s Bluff dei The Heads, da oltre quindici anni alfieri di uno stoner tirato e senza compressi. Difficile rilassarsi con loro, anche se la perturbante copertina recita il contrario: una radio crepita qualcosa, quando irrompe un riff di basso macina sassi e i feedback delle due chitarre che non danno tregua per tutto il minutaggio di questa maratona sonica. Stranamente Julian Cope, loro fan, critica questo Relaxing with the heads[1], giudicando il sound engineering troppo pulito (!) e sottolineando come la batteria sia troppo alta. In effetti le liriche di Allen spesso si perdono nel mixaggio, ma ci si guadagna in atmosfere malate e sulfuree.
Comunque, visto il rispetto che nutriamo da questi parti per il druido gallese, gli diamo la possibilità di mostrare un esempio di produzione adeguata con una Like a Motherfucker catturata dal vivo ad un concerto dei Brain Donor. Ce lo immaginiamo il collegiale perfettino Jhonny Greenwood che cammina fischiettando per le strade di Oxford con in mano la mela per la maestre a sottobraccio lo spartito di Just. Peccato che sul suo cammino incontri tre brutti ceffi vestiti come Paul Newman ne Il selvaggio e appassionati di Speed Metal giapponese. Che decidono di fargli il culo e fregargli la faticata tablatura. Il pezzo è – e non ricorda! - la versione estesa dell’intro del brano contenuto in The Bends. Di proprio, questi amanti dell’architettura paleolitica, ci mettono un testo che è concentrato di poesia trobadorica e una marea di assoli burini per andare dal divano di casa vostra al ristorante dall’altro capo della galassia in un batter di ciglia.
Con i piedi ben piantati a terra e uno sguardo, mai nostalgico, rivolto ai gloriosi sessanta, rimangono gli inglesi the Tell Tale Heart.Che nel loro omonimo 33 giri, ci regalano una gemma nuggets style. Faranno pure i duri con la lei che ha osato abbandonarli, ma quell’organo del ritornello ci da pensare che il groppo in gola sia più pesante del previsto…
Nel 1967 Mario Schifano deve essere stato una del centinaio di persone che comprarono il disco con la banana che si sbuccia. E come detto da Brain Eno, decise di formare il suo gruppo. Letteralmente. Ispirato dall’operato di Andy Warhol, ribattezza, con modesto ego, un combo di musicisti ne Le Stelle di Mario Schifano, ne organizza le performance live e ne dipinge la copertina dell’opera prima. Molto Alto sono i VU che si dedicano ad un Krautorock alla matriciana, con tanto di primitivo tambureggiare e con un canto che presagisce le delizie della  fine del mondo. 


Traccia (Gruppo; Album)
 
01.Of Information & Belief  (June of '44; Four Great points)
02.India  (The Psychedelic Furs; The Psychedelic Furs)
03.Calcutta  (The Names; Swimming + Singles)
04.Sad Love Story  (Live Footage; Willow Be)
05.Sister (The Ex; Turn)
06.River of Blood  (The Black Angels; Phosphene Dream)
07.Coogan's Bluff  (The Heads; Relaxing with…)
08.Like A Motherfucker  (Brain Donor; Cope on the Rope, Hammersmith, 2003)
09.Crawling Back To Me  (The Tell-tale Hearts; The Tell-tale Hearts)
10.Molto Alto  (Le stelle di Mario Schifano; Dedicato a)
 



[1] http://www.headheritage.co.uk/unsung/albumofthemonth.php/1331 (tra l’altro il sito contiene una marea di recensioni ad opera di Cope stesso. Consigliato, specie se avete amato “KrautRock Sampler” e “JapanRock Sampler”)

domenica 16 gennaio 2011

Kick her in the balls, RadioCarlonia!

“Kick Her in the balls” incita belluino Wallace Wells, coinquilino gay e dandy, mentre Scott Pilgrim, è impegnato in uno scontro all’arma bianca con Roxie Richter, malvagia "ex" del male, da sconfiggere per poter coronare il suo sogno di amore con Ramona Flowers, solo momentaneamente omo ora etero convinta.
Sembra complicato, in realtà la trama principale di “Scott Pilgrim vs The world” di Brian Lee O’Malley occupa, come ogni picchiaduro che si rispetti, il lato corto di una scatola di fiammiferi: per conquistare l’amata Ramona, Scott, bassista di uno sgangherato gruppo indie, deve battere, i di lei precedenti fidanzati, riuniti e capeggiati dal misterioso Gideon[1] e fermamente decisi a farli la pelle. Ciò che affascina del fumetto dell’artista canadese è il modo con cui la storia viene raccontata: un meltin-pot pop, omaggio dichiarato e incondizionato alla cultura nerd tutta, dove il fantastico, procedendo per iperboli, ci fa ridere come un bambino di otto anni, ma è la descrizione minuziosa del quotidiano, tra clubbini, live show, (pochi) lavoretti, sbornie, prove musicali, gite fuori porta, tanto cazzeggio, amicizie, amori ed odi di tutto il mondo che ruota intorno a colui che osò sfidare il pianeta terra, che ci affascina e ci commuove come fossimo innocenti fanciulle, noi, abituati a solcare le retrovie (meglio se vicino alle uscite di sicurezza) dei più lerci concerti HC e che consideriamo il grind il più grande fenomeno queer dai tempi delle Sturmabteilung.
Immaginatevi Blankets illustrato da Akira Toriyama e coscritto con Rumiko Takahashi.
Scott è il figlio più piccolo della generazione X (dichiarato esplicitamente dalla toppo con il logo della scuola per “giovani dotati” di Charles Xavier cucita sul giubbotto): non ha ambizioni, se ne sbatte del futuro, è immaturo ed irresponsabile, incapace di mantenere a lungo la concentrazione, eternamente indeciso e insicuro quando si tratta di questioni di cuore, scarsamente interessato agli altri, protagonista assoluto ed unico dell’universo, che modella a sua immagine e somiglianza. Ma a differenza dei suoi fratelli e sorelle maggiori, Scott semplicemente se ne frega. Se la diverte suonando con il suo combo (i Sex Bomb-ob), passa ore davanti ai videogiochi (rigorosamente retro-games), ciondola con  i suoi amici in qualche locale della capitale canadese,  se la spassa sotto le coperte, capace di vivere il sesso - incredibile dictu, per uno che, come si vede nei flash back, è andato in una scuola cattolica, con rara naturalezza: niente ansie da prestazioni (alla prima occasione con Ramona fa cilecca…), niente senso di colpa, niente psychopathia sexualis.
E poi in quelle paginette in b/n ci finisce di tutto: richiami alla grafica dei videogame a 8 e 16 bit, ai manga giapponesi, sia shonen, visti i frequenti combattimenti , sia shojo, con mille improbabili intrecci amorosi e le più classiche situazioni da flirt (la gita al mare sembra ripresa, ad esempio, dalle tavole di Lamù o di Ranma ½ o di Kamigure Orange Road), ai comics americani, ai film Kaiju-Eiga (con tanto di scontro di mostri giganti), ai gongfupian, a un certo abbigliamento trendy-ma-non-fighetto (scarpe Converse All Stars, tute Adidas, felpe con la zip e/o cappuccio…) e, naturalmente tanta musica.
Nel 2010 Le avventure di Scott Sono diventate un film, diretto dal britannico Edgar Wright,  già regista dei pregevoli “Shaun of the Dead[2]” e “Hot Fuzz”, interpretato dal lanciato Michael Cera e con le musiche di Beck Hansen.
La pellicola è stata un flop (troppo elegante per il pubblico americano?); a noi di RadioCarlonia è invece piaciuto parecchio: Wright non solo agisce magistralmente sulla sceneggiatura, operando ad arte un lavoro di cut&paste che riduce i 6 volumi che compongono la saga cartacea a poco più di due -intense ed ipercompresse- ore dove quasi tutti i personaggi riescono a ritagliarsi un proprio spazio e sfuggono alla logica “figurina” tanto cara ai bb d’oltreoceano, ma da sfogo alla propria vena colorata, psichedelica e virtuosa. Basti prendere ad esempio la scena in cui Scott va nel bagno della casa di un amico (con tanto di barretta della pipì in pixel che va riducendosi man mano che la deiezione ha il suo corso); quando ne esce si trova in uno spettrale corridoio fatte di piastrelle bianche e nere che sembra preso di pari passi dal maniero di “Don’t” (il finto trailer girato dallo stesso Wright per Grindhouse), si affaccia su una porta per svegliarsi, inquieto, nel letto di casa sua[3]. 51 secondi di pura visionarietà.
Se proprio dobbiamo trovare un difetto in “Scott Pilgrim” fumetto e/o lungometraggio è proprio nel campo della OST: inevitabilmente assente nel primo caso, troppo poco rischiosa, malgrado i dignitosi brani di mr Hansen, la ruffianissima “Black Sheep” dei Metric o la devastante Bass Battle.
Cerchiamo di rimediare proponendo “Scott Pilgrim OST B-SAID RadioCarlonia Remix ultimate ninja version”, in cui compaiono: Beck, perché rimane il padrone di casa, le Shonen Knife, perché pure se al terzo pezzo di un loro qualunque disco vi viene voglia di gettare napalm sull’asilo più vicino, in dosi omeopatiche sono più che carucce, “Teenage Riot” (Sonic Youth) ed "Help the Aged" (Pulp), perché è pure sempre una storia per ggiovani, specie se hanno vissuto l’infanzia negli eighties, ma senectus ipsa est morbus, Le Lush perché prima di essere convertite in noia da Robin Guthrie erano gagliarde, “Terminal Boredom” (Cute Lepers) perché è la fine che hanno fatto le Lush, Johnny Hit and run Paulene” perché se anche il testo recita il contrario John Doe e Exene Cervenka sono stati per molto tempo una gran coppia, “One More Hour” perché nella vita ci vuole anche un po’ di malinconia, e malgrado calci volanti e wire work qui ne scorre a fiumi, “Son of Gun” perché i Vaselines ci sarebbero stati benissimo sul palco del “Chaos Theater Toronto” anche per il modo finissimo di richiamare l’attenzione del pubblico, e la cover di “Friday Night, Saturday Morning” dei Nouvelle Vague, perché è la chiusa perfetta dopo i bagordi della festa, con il tintinnio delle bottiglie spazzate con lentezza infinita, il peso di un incudine sugli occhi e il ripetersi centinaia di volte se fu vera gloria.
Ora che sapete i perché, recuperate i tomi editi in Italia dalla Rizzoli-Lizard, infilatevi la T-Shirt con la scritta “Zero”, mettevi in tasca un paio di cartucce del Gameboy, schiaffate il dvd del lungometraggio nel lettore, preparatevi un cocktail alla “the other L-Word” secondo la ricetta di Wallace, tuffatevi sul divano, e sfidate pure voi il mondo. Con La colonna sonora adeguata, of course.

Chiusa alla Super Nerd con copertina-omaggio dedicata a Kim Pine (prima fidanzatina di Scott e attuale drummer dei sex b-omb): batterista grintosa, sardonica e sarcastica, con un grado di misantropia da campionati mondiali, solo a volte intaccata da inaspettati lanci di affetto, è lei la preferita dalla redazione. Tres Jolie!

Bonus: Ramona (Acustic Version) http://www.youtube.com/watch?v=KwYjaAzejuk
Priceless le espressioni di Mary Elizabeth Winstead

Charlie “Aguirre” Scarpino
 
[Compilatio non più disponibile :-(]
Traccia (Gruppo; Album)

01.Devil's Haircut (Beck; Odelay)
02.Konnichiwa (Shonen Knife; Happy Hour)
03.Teen Age Riot (Sonic Youth; Daydream Nation)
04.Help the Aged (Pulp; This is hardcore)
05.Ladykillers (Lush; Ciao!)
06.Terminal Boredom (The Cute Lepers; Can't Stand the Modern Music)
07.Johnny Hit and run Paulene (X; Los Angels)
08.One More Hour (Sleater-Kinney; Dig me out)
09.son_of_a_gun_(live_in_bristol) (The Vaselines; Enter the Vaselines)
10.Friday Night Saturday Morning (Nouvelle Vague; Nouvelle Vague)




[1] Un Non-Premio a chi becca la citazione. Commentate numerosi, per Dio!
[2] Da guardare rigorosamente in lingua originale. Snobbate altamente la versione italiana, doppiata da beoti
[3] La scena è disponibile qui: http://www.youtube.com/watch?v=zzMkg0QcX9Y

Prove Tecniche di trasmissione

RadioCarlonia sbarca su Twitter. Appena capisco come, aggiungo il pulsante sul blog. Così invece che controllare notte e dì su http://radiocarlonia.blogspot.com/ per l'uscita di un nuovo post, adesso potete premere due volte al secondo su twitter.
Per motivi tecnici posso pubblicare contemporaneamente solo quattro link delle compilazio scovate fortuitamente sulla rete: quindi affrettatevi a farle vostre, perché la meno recente torna in naftalina. Fino ai prossimi saldi di fine stagione.Ricordo inoltre che per fare vostre le raccolte soniche più cool del pianeta basta pigiare la scritta "Compilatio_X disponibile qui". Si apre un link di mediafire, attendete qualche secondo e quando appare il buttone "click here to start download...", cliccateci sopra senza indugio.
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Charlie "Aguirre" Scarpino